Intervento in occasione del 25° anniversario della Manifestazione delle candele, Bratislava, palazzo arcivescovile, 25 marzo 2013.
Signore e signori, stimati ospiti, ringrazio innanzitutto la Fondazione Konrad Adenauer, nella persona di Gabriela Tibenská, per aver dato a me e alla mia collega Giovanna l’opportunità di portare dall’Italia una breve testimonianza dei legami che ci uniscono al vostro paese.
Io mi limiterò a due considerazioni, la prima è molto personale ma altrimenti non si capirebbe cosa ci faccio oggi qui.

1)
La mia avventura con l’ex-Cecoslovacchia è cominciata in modo del tutto inattesa nel settembre del 1988. Io collaboravo già, saltuariamente, con la Fondazione RC e nell’estate di quell’anno mi chiesero di accompagnare una mia collega che doveva recarsi in Cecoslovacchia in auto a incontrare alcuni cosiddetti “dissidenti”. Non era la prima volta che visitavo un paese del blocco orientale: ero stato in Polonia l’estate dell’anno prima, al pellegrinaggio Cracovia-Częstochowa, ma si sa che la Polonia era “la baracca più allegra del campo socialista”, e non era paragonabile alla tetraggine husákoviana. Così, con l’incoscienza dei vent’anni (almeno da parte mia), partimmo alla volta di Bratislava e di Praga. Le persone che avremmo incontrato le conoscevo solo di nome dalle notizie che leggevo sui bollettini di Radio Free Europe o di altri “ideodiverzních center”, come venivano chiamati dalla propaganda comunista.
Già a Bratislava per me l’impatto fu particolare: andammo da Ferko Mikloško che abitava in un grigio panelák al numero 16 di via Bilíkova. Noi però non sapevamo quali numeri cercare, se quelli col fondo rosso o quelli col fondo blu ma, dato che eravamo in un paese comunista, cercammo il 16 su fondo rosso; i pari di qua, i dispari di là, ogni tanto c’era qualche numero messo a caso per depistare gli stranieri come noi che andavano alla ricerca dei nemici del popolo… Il buon Ferko ci accolse nel suo appartamento al quarto piano, e ci offrì un bicchier d’acqua e due pesche piuttosto tristi su due piattini altrettanto tristi, ma offerte col cuore da una persona che aveva tutta l’aria di essere anche interessante oltre che simpatica. Poi fu la volta della cena a casa dell’avvocato Čarnogurský. Io avevo una fame tale che, davanti a un buon piatto di risotto fumante, mi gettai subito a divorarlo mentre gli altri stavano facendosi ancora il segno della croce. E quella fu già una lezione interessante. La visita dai Čarnogurský proseguì con l’arrivo dell’“intelligencija” slovacca: oltre a Mikloško arrivò il professor Kusý e qualcun altro; la mia collega li tempestò di domande sulla situazione, sulle prospettive dopo il “bratislavský Velký piatok” e l’anniversario d’agosto, io non capivo molto di quanto ci dissero, anche perchè ero torturato dai due bambini più piccoli di Čarnogurský che volevano a tutti i costi mostrarci le foto delle vacanze dato che erano stati al mare in Italia, a Riccione…
Poi andammo da monsignor Korec e lì per la prima volta capii cosa volesse dire essere sorvegliati. Due stranieri a Petržalka non passavano certo inosservati. Devo dire che nemmeno gli informatori dell’ŠtB erano invisibili, perciò per scrollarceli di dosso la mia collega a un certo punto mi disse: “Abbracciami, dobbiamo sembrare una coppietta che si è persa”. Io non riuscii ad abbracciarla, e poi la scusa non reggeva: se dovevo appartarmi con una donna non sarei certo finito a Petržalka… Comunque alla fine riuscimmo ad arrivare da Korec. E qui potete immaginare quale mondo incredibile mi si aprì davanti: questo sacerdote che in un paese normale avrebbe guidato un’arcidiocesi, era stato “pensionato” dal regime, e confessava usando un tubo metallico vuoto all’interno, per evitare che gli estébáci lo ascoltassero, aveva la sua “sacrestia” nel cassetto di un armadio; ci mostrò i suoi scritti teologici, e disse: “Qualcuno mi ha fatto osservare che non sono perfetti ma – aggiunse sorridendo – nemmeno noi siamo perfetti”. Conservo ancora l’immaginetta che ci diede, c’era stampata l’Annunciazione; “In Christo Domino”, scrisse, e la firmò. Si stava preparando per partecipare a un pellegrinaggio.
Ero sbarcato sulla Luna: ma questa non era la cosiddetta “Chiesa del silenzio”? La Chiesa perseguitata, nascosta, bastonata? No, era una vera “κοινωνία”, “společnost”, libera, che gettava inattesi squarci di luce nel grigiore totalitario, che testimoniava della vita brulicante «sotto le macerie», una comunità in cui era cresciuta la coscienza della possibilità di ridestare anche l’opinione pubblica indifferente: “C’è un’enormità di gusci in cui è possibile vivere con un po’ di felicità una vita normale», aveva scritto il professor Šimečka parlando del borghesismo socialista. E aveva aggiunto: «Non è necessario fuggire dalla società della paura, è possibile anche affrontarla». Nel suo saggio Il potere dei senza potere, Havel aveva scritto che «un uomo non diventa dissidente perché un bel giorno decide di intraprendere questa stravagante carriera, ma perché la responsabilità interiore combinata con tutto il complesso delle circostanze esterne finisce per inchiodarlo a questa posizione: viene espulso dalle strutture esistenti e messo in confronto con esse».

E i giorni successivi mi riservavano altre sorprese. La prima a Kroměříž, dove andammo con la Škoda dell’avvocato Čarnogurský ad un’udienza del processo contro l’attivista cattolico Augustin Navrátil che le autorità volevano internare in ospedale psichiatrico. Io sedevo sul sedile posteriore della Skoda, e dopo un paio d’ore di viaggio ho capito perché la Skoda si chiamava proprio così…
Nella piazza principale di Kroměříž fotografai un edificio su cui campeggiava la scritta «Avanti verso il comunismo!». Ma se il comunismo voleva dire internare in ospedale psichiatrico un padre di famiglia solo perché aveva promosso una petizione per chiedere la libertà religiosa, allora era qualcosa di disumano, da cui era meglio “tornare indietro”, qualcosa che non corrispondeva al cuore dell’uomo. Intanto nel corridoio del tribunale amici e conoscenti di Navrátil si erano messi a pregare il rosario. Immaginatevi cosa poteva significare per me giovane occidentale assistere a uno spettacolo simile, ai saluti e all’abbraccio della moglie del signor Augustín al termine della seduta-farsa durante la quale suo marito era stato nuovamente umiliato.
E poi gli incontri a Praga, col cardinal Tomášek che ci disse di avere «una grande speranza per il futuro, perché siamo cristiani e i cristiani sono sempre ottimisti e vivono nella letizia di Cristo» e ci chiese il «nostro aiuto, la nostra preghiera, il nostro sacrificio»; ancora, con padre Zvěřina che corse subito a cercare «la sua cristologia».

Cosa portavo a casa, oltre alle interviste e forse qualche testo samizdat? Che quelle persone, che finora erano solo nomi in uno schedario da aggiornare, ora stavano diventando parte della mia vita, ero andato a casa loro, avevo mangiato con loro; era iniziata l’amicizia con Pavel Sepekovský, uno della cosiddetta «zona grigia» che ci aiutava a tenere i contatti col dissenso ceco, una persona che amava l’arte e la musica – oltre al buon cibo e alla compagnia – e grazie al quale fui stregato dalla bellezza di Praga. Potevo ripetere con san Paolo: «Così, affezionati a voi, avremmo desiderato darvi (…) la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari» (1Ts,2,8).
Insomma ero tornato sempre più convinto di avere una responsabilità diretta, personale, nei loro confronti, verso quel paese che stava diventando per me una specie di seconda patria.
Il cardinale nella sua intervista ci aveva chiesto il nostro aiuto, la nostra preghiera, il nostro sacrificio, e non rimasero vuote parole. Non appena arrivammo, la mia collega, che era stata in contatto telefonico con la nostra Fondazione, mi disse che da qualche giorno mia madre era stata ricoverata in ospedale, che tuttavia non era grave. «Il vostro aiuto, la vostra preghiera, il vostro sacrificio»: le parole di Tomášek si mescolavano direttamente con la mia vita. Ripresi a studiare un po’ di ceco da solo, ascoltavo assiduamente i notiziari di Radio Free Europe che da Monaco si sentivano anche da noi, così come le deliranti trasmissioni di Radio Praga in italiano lette dai nostri comunisti scappati dall’Italia perché avevano dei conti aperti con la giustizia.
Ma come scriveva Solženicyn, «per non sventolare troppo i manti bianchi dei giusti, chiediamoci: se la mia vita avesse preso una piega diversa, non sarei diventato boia anch’io?… La linea che separa il bene dal male attraversa il cuore di ognuno. Chi distruggerebbe un pezzo del proprio cuore?». Da allora continuo a cercare e raccogliere testimonianze e materiali, di fare in modo che tutta quella ricchezza che incontrai allora da voi non vada perduta, prima di tutto per me ora.
E con questo passo alla seconda considerazione, il tema della memoria.
2)
Ricordare a 25 anni di distanza ciò che accadde in piazza Hviezdoslav, non può rimanere solo un gesto nostalgico senza alcun legame con il presente. Siamo qui oggi a ricordare la testimonianza di coloro che, come scrisse il musicista Ivan Hoffmann, «V duši pokoru a ruky zopäté / v srdci kľud a v tvári jas», ebbero il coraggio di essere se stessi, di essere fedeli al Papa e alla Chiesa. «Una minoranza creativa», come ha detto Benedetto XVI ai cattolici cechi nel 2009. Come aveva detto più laicamente Patočka, esistono cose «val la pena soffrire», e «ciò per cui eventualmente si soffre sono quelle per cui val la pena vivere ».
«Non avete da mangiare? Non c’avete il pane? Tornatevene a casa!» aveva gridato un agente ai manifestanti che si erano mossi non tanto per il pane ma piuttosto per il loro desiderio di felicità, di verità, di giustizia.
«Che destino attende un paese che ha la memoria labile? E cosa vale l’uomo se la memoria l’ha abbandonato?», aveva scritto la poetessa russa Nadežda Mandel’štam. Memoria di cosa, dunque? Dei tanti “eroi invisibili”, dei testimoni del bene.

Mi riallaccio perciò alla lodevole iniziativa dell’istituzione del Museo del comunismo qui a Bratislava. Un museo nato dall’entusiasmo di un gruppetto di amici che si riconoscono nella tradizione cattolica, nella quale la memoria è più importante «della ragione astratta che vuole emanciparsi da tutte le tradizioni e dalla storia stessa», come ha detto il papa, e come sta accadendo in Europa. Ha scritto recentemente monsignor Causero, ex nunzio apostolico in Rep. Ceca: «Un paese ha bisogno di capire le sue radici. C’è una strana schizofrenia che mette in contrasto le idee della cosiddetta cultura ufficiale con il sentimento popolare. Si verifica un fenomeno raro: una cultura che nega ciò di cui il popolo è spontaneamente fiero»; mi sembra un giudizio valido per l’intera Europa. La vittoria del comunismo infatti è stata quella di riuscire a tagliare i ponti con il passato.
Un museo come questo può contribuire a far sì che da un lato non vengano tagliati i ponti col passato, e dall’altro a mettere in guardia dalla tentazione totalitaria presente in ciascuno: «Il miglior sostegno contro il totalitarismo – ha scritto Havel – è scacciarlo dalla nostra anima, dal nostro ambiente, dalla nostra terra, scacciarlo dall’uomo contemporaneo». E sempre Havel nel 1978 nel saggio Il potere dei senza potere scriveva che la vostra situazione costituiva un monito anche per l’Occidente, e che era solo accidentale il fatto che fosse un totalitarismo comunista, perché il problema stava più in profondità: «La crisi planetaria della condizione umana penetra sia il mondo occidentale sia il nostro: in Occidente assume solo forme sociali e politiche diverse. Nulla induce a pensare che la democrazia occidentale possa offrire una via d’uscita più profonda… Solženicyn denuncia l’illusorietà di speranze che non sono fondate sulla responsabilità e la conseguente incapacità cronica delle democrazie tradizionali di fronteggiare la violenza e il totalitarismo».
Preservare la memoria per poter guardare in faccia l’uomo con tutto il suo male, rendendosi conto che non basta sostituire un sistema politico per vincere questo male se non è il cuore dell’uomo a voler cambiare. Perciò desideriamo che iniziative come questa contribuiscano a far crescere persone nuove, come nel dissenso il primo scopo non era quello di “buttar giù” il comunismo, ma di coltivare una “polis parallela” dove la persona fosse presente nella sua integrità, senza censurare nulla.
Concludo citando ancora Solženicyn: «La nostra vita sulla terra non è che un gradino intermedio sulla salita verso una vita superiore. Non dobbiamo precipitare da questo gradino, né dobbiamo rimanere a calpestarlo inutilmente per tutto il tempo che ci è concesso».
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Breve intervista a TVLux.