Černobyl’, la verità impietosa

L’uscita della miniserie televisiva sul disastro di Černobyl’ ha suscitato molto interesse sui media russi. Le reazioni sono state varie, dal rammarico per essersi fatti «sorpassare» dal cinema yankee, all’apprezzamento per la fedeltà della ricostruzione, all’invettiva «patriottica» in difesa del passato sovietico.

Quello che per lo spettatore occidentale è la rievocazione di una tragedia che ha colpito marginalmente, ed è legata più che altro alle lodevoli iniziative di ospitalità per i bambini ucraini e bielorussi, nel cittadino russo provoca molteplici reazioni, talora inaspettate: la Komsomol’skaja Pravda, ad esempio, scrive che da alcune settimane c’è un pellegrinaggio continuo alla tomba dell’accademico Valerij Legasov nel cimitero Novodevič’i a Mosca, lo scienziato che nella miniserie ha un ruolo centrale. Decine di persone vanno a rendergli omaggio, qualcuno ha deposto sulla tomba un pacchetto di «Java», le sue sigarette preferite. Legasov, suicidatosi due anni dopo la tragedia, era docente di radiochimica e tecnologie chimiche, e dall’83 primo vicedirettore dell’Istituto Kurčatov per l’energia atomica e specialista per la sicurezza dei reattori, per questo si trovò da subito in prima linea.
Nella conversazione riportata sul portale pravmir.ru, padre Georgij Mitrofanov, docente all’accademia teologica di San Pietroburgo, va oltre le reazioni epidermiche e affronta il tema delicato dell’eroismo e della relativa «impresa gloriosa» di coloro che hanno sacrificato la vita per liquidare l’incidente.

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(pseud. “Anna Kondratova”, per non inflazionare la pagina)