Le croci scomode di Kuropaty

Con le sue tipiche reazioni isteriche, il tiranno bielorusso Lukašenko (che ha leccaculi sparsi anche tra le rappresentanze diplomatiche bielorusse in Italia) non sopporta le spinte provenienti dalla società civile. Agendo secondo la tipica mentalità sovietica, le autorità bielorusse si sono dimostrate ancora una volta incapaci di dialogare con la società civile, come nel caso della maldestra rimozione delle croci dal bosco-memoriale di Kuropaty, che tanto ha ferito i cittadini più sensibili al problema della memoria storica.

Durante la pallosa conferenza-stampa fiume del 1° marzo scorso, il presidente Lukašenko è entrato in argomento, con tono indispettito: «Rimetteremo ordine a Kurapaty, che lo si voglia o no, siatene certi». Lanciandosi in pericolose congetture storiche, ha aggiunto: «Hanno deciso di sottolineare lo stalinismo. E siete sicuri che coloro che sono sepolti a Kurapaty siano morti proprio negli anni ’30? Che in quel luogo non siano stati i fascisti a fucilare ebrei, bielorussi e polacchi? Siamo obiettivi!». Poi se l’è presa direttamente con l’opposizione: «Riporteremo l’ordine a Kuropaty in modo che non ci siano più provocazioni con le croci messe lungo il perimetro. Perché le avete installate? E che, è stata forse la Chiesa a indicarvelo? Questa è una manifestazione, e io sono contrario alle manifestazioni».
Secondo Lukašenko sarebbe buona cosa che i visitatori del memoriale facciano un salto al ristorante per tirarsi su di morale: «Da cristiano [sic!] penso: uno arriva, va al memoriale, si siede sulla panchina dove si è seduto Clinton, fa memoria di quanto accadde un tempo, si sente addosso una pena… Fa un salto al ristorante, si beve un bicchierino alla pace eterna di quella gente… Che c’è di male? Così la vedo io. E invece no, si è scatenato l’isterismo».
Un mesetto dopo, il 4 aprile, sono state rimosse una settantina di croci – definite ufficialmente «strutture illegali» –

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