Il corposo volume di 500 pagine «Per il bene della comunità», dedicato alla figura del filosofo ceco Jan Patočka secondo i rapporti della polizia politica (StB), è stato pubblicato nel 2017 dall’editrice Academia, e curato da Petr Blažek, storico dell’Istituto per lo studio dei regimi totalitari. Il libro, oltre ad una ricca appendice fotografica, riporta decine di informative che vanno dagli anni ’60 al 1977 e presentano lo sviluppo dei rapporti tra il filosofo e il mondo del dissenso, fino al tragico epilogo. (…)
Sono sostanzialmente tre i temi che suscitano l’interesse dei vari reparti della StB: i contatti di Patočka con filosofi e pensatori cristiani, le richieste di visto per recarsi a insegnare in università tedesco-occidentali e la sua crescente responsabilità in Charta 77. (…)Nonostante le pressioni, Patočka trova le forze per elaborare nuovi documenti, rispondere alle domande di corrispondenti stranieri, ricevere visite di conoscenti o sconosciuti interessati all’iniziativa informale, come lo studente Ivo Musil, al quale consegna una copia del documento programmatico di Charta 77 con la sua firma e la dedica che dà il titolo al volume che presentiamo e riassume il senso del suo impegno civile: «Che tutto questo sia per il bene della comunità!».
«L’umanità attuale – scrive in Cos’è e cosa non è Charta 77 –, lacerata dalle ideologie, insoddisfatta in mezzo al benessere, si attende una soluzione da ricette tecniche sempre nuove… Affinché l’umanità possa svilupparsi in modo conforme alle possibilità della ragione (…) occorre qualcosa di radicalmente non tecnico, non mediato, occorre una morale non occasionale o utilitaristica, bensì assoluta. Questo significa che non ci si può attendere la salvezza dallo Stato. (…) Lo scopo di Charta 77 è perciò una solidarietà spontanea (…) di tutti coloro che hanno compreso l’importanza del senso morale per la società reale e il suo normale funzionamento».(…) Secondo le informazioni raccolte dagli infiltrati della StB tra amici e parenti, sappiamo che Patočka soffriva per l’esclusione dalla vita accademica, sentiva la necessità «del fluidum del contatto col pubblico», per questo aveva l’abitudine di far lezione a gruppi di studenti invitati a casa, incontri che duravano anche 5 o 6 ore, fino a tarda sera. E spesso i familiari lo rimproveravano per il suo stile di vita che rischiava di compromettergli la salute.
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