Prima ora di lezione al Liceo Parini, 30 anni fa

Settembre 1979. Sul sagrato della chiesa di Barzanò ci radunammo spauriti pian piano, attesi da don Giuliano e dal corpo docenti. Eccoci qua, noi primi allievi del neonato liceo linguistico ospitato presso alcuni locali parrocchiali (attuale sala S. Giuseppe), e a cui si sarebbe affiancata per alcuni anni la scuola magistrale. La maggior parte di noi ancora non si conosceva (c’erano ragazzi da Merate, Oggiono, Viganò), avremmo condiviso 5 anni di studio, sarebbero nate amicizie, conflittualità, qualcuno avrebbe gettato la spugna. Soprattutto fra noi unici tre maschi della primissima classe capitati in quella specie di gineceo, l’intesa dovette necessariamente essere forte: questione di sopravvivenza.

“Il liceo era nato come risposta concreta alle esigenze dei giovani che pensavamo si sarebbero poi inseriti nelle attività dei loro padri, nelle piccole imprese locali – ci dice don Giuliano, interpellato in occasione del 30° della scuola. – A questa esigenza si aggiungeva il crescente calo di interesse giovanile per l’oratorio. Perciò abbiamo pensato alla scuola e poi all’ambito sportivo. Esperienze di scuole elementari e medie gestite da religiosi nella nostra zona c’erano già, ma non di istituti superiori. Così ci basammo sull’esperienza di alcune suore milanesi”, e l’avventura ebbe inizio. E che avventura! Nei primi anni ci furono prof che oltre ad insegnare dovevano improvvisarsi factotum per sopperire alle inevitabili carenze dell’inizio. In più per un paio di anni oscillò minacciosa sul nostro destino la spada di Damocle dell’ispezione ministeriale: ci daranno il riconoscimento statale oppure no? E infatti il primo anno dovemmo fare gli esami da privatisti a Como. Con l’avvio del secondo anno, i primini furono trasferiti al piano di sopra, e solo dal terzo anno ci fu il trasferimento nella sede attuale. Auletta di scienze e biblioteca sarebbero seguite col tempo, ma era ancora presto per scambi con classi straniere, gite, spettacoli, ecc.

Continua don Giuliano: “Le lingue erano considerate un trampolino importante per il futuro. Si sentiva la necessità di accompagnare allo studio del francese, ormai in disuso, quello dell’inglese e del tedesco”. Fu così che i rudimenti di inglese, lingua fondamentale, ci furono trasmessi inizialmente dalla prof. Salmaso. In tedesco – materia sconosciuta e temuta – partimmo con un madrelingua che aveva un metodo educativo prussiano, caratterizzato da precisissimi lanci dei quaderni nel caso in cui il compito fosse stato fatto coi piedi; d’altra parte fu uno dei primi prof-volontari, che ci registrava le audiocassette con letture ed esercizi. C’eravamo quasi rassegnati alla sua pedagogia quando, una mattina del terzo anno, entrò in aula, seguita da un’aura delicatamente profumata e col fazzolettino al collo, la migliore prof di tedesco del mondo! So di non essere obiettivo, ma fu proprio Mariadele Orsenigo a determinare la carriera scolastica e gli interessi successivi di molti. Il tipico caso di una prof che sa affascinare gli alunni alla materia e tutto diventa più facile.

Il francese invece, come terza lingua, era un po’ bistrattato. Molti di noi l’avevano già studiato alle medie, per cui la presenza in cattedra ora di antiche signore rimaste ancorate al francese del Re Sole, ora di supplenti dell’Orientale di Napoli che leggevano il francese con uno spiccato accento partenopeo, non riuscì tuttavia a produrre danni irreparabili…

La formazione rimase comunque fortemente umanistica. La tensione saliva alle stelle durante le ore di latino della prof Rossi, la quale nella nota che accompagna il programma 1979-80 sottolineava che “l’insegnamento della lingua latina è stato preceduto da quello dell’analisi logica, accertata l’assoluta impreparazione della classe”. Devo dire che, anni dopo, l’insistenza su questo aspetto ebbe i suoi frutti. Ho ancora la copia della versione dell’ultimo compito in classe di latino. Titolo profetico: “Dopo la disfatta”. Filosofia e Psicologia si fondevano in un’unica entità nel prof Sala che, mentre spiegava, si immedesimava nella riflessione e ripercorreva il pensiero dei filosofi antichi, rimanendone lui per primo affascinato.

Gli insegnanti di materie inevitabilmente ritenute minori esigevano testardamente il nostro impegno. È il caso di geografia; nel citato programma del primissimo anno si legge in tono enfatico che “il concetto moderno di geografia” non è solo “la scrittura della terra… ma la risultante dell’interazione costante fra fenomeni fisici e antropici, è l’espressione dell’adattamento dell’uomo all’ambiente”. Vabbeh, ma a noi bastava sapere dov’erano le città inglesi e tedesche che incontravamo sui libri! Un’altra delle materie considerate di secondo piano era storia dell’arte – a torto, perché si alternarono dei prof veramente qualificati, fra i quali un pittore della zona. Dopo i cinque anni di liceo sono giunto alla conclusione che la matematica può essere insegnata solo da tipi bizzarri. Un biennio di tormentoni sui polinomi, finché un bel giorno del quinto anno il nuovo prof – già allora assistente universitario – esordì con un: “Signori, se voi doveste lanciare un satellite…”.

Va detto che la nostra non era una classe di piagnoni o perdigiorno: ci interessava realmente imparare le lingue, ci adattavamo più o meno a tutto, e se ci si lamentava era perché esistevano problemi reali. Ho ritrovato infine il quaderno con gli appunti delle ore di religione del biennio, ce le teneva don Giuliano. Il primo anno ci parlò della libertà, dev’essere stato un corso bellissimo. Pesco a caso qua e là: “La libertà è proporzionale al quanto di vita che un essere possiede”. “L’interrogativo sulla libertà diventa interrogativo su ciò che è veramente bene, su ciò che è capace di dare senso e valore alla vita umana”. “La ricerca [sul senso della vita] non può più essere semplice ragionamento e disquisizione impersonale, ma diventa esercizio di libertà, scelta personale e di fede, com’è ogni vero atto libero”.

Oggi, a 30 anni di distanza, don Giuliano è contento: “Vedo con soddisfazione che c’è una rispondenza locale molto sostenuta; vorrei ringraziare anche l’attuale preside per essersi assunta la grossa responsabilità di mantenere e potenziare il liceo, e anche don Bruno per essersi addossato – sia pur nel breve periodo che è stato a Barzanò – l’impegno di ottenere l’aiuto delle realtà locali nel sostenere l’opera”.