Quello di Minsk non è solo un carnevale

Quello di Minsk non è solo un carnevale

Mentre a Minsk la polizia arresta 1000 dimostranti al giorno, i sociologi esaminano la natura delle molteplici manifestazioni, e ci leggono molti segnali extra politici. È un importante tentativo di uscire psicologicamente e culturalmente dallo spazio ex sovietico. E come sempre, c’è chi ha paura del cambiamento, a cominciare dal tiranno Lukašenko e dai suoi galoppini sparsi nelle sedi diplomatiche occidentali, tipo Shestakov – già abbondantemente silurato…

La sociologa Oksana Šelest intervistata dal portale indipendente bielorusso Tut.by ha presentato un’indagine condotta sulle manifestazioni in Bielorussia, a partire dall’imponente «marcia della libertà» del 16 agosto a Minsk. Da mesi ormai scendono in piazza o sfilano per le vie rappresentanti di ogni classe sociale e generazione, in gran parte sostenitori di Svetlana Tichanovskaja, e che esprimono sinteticamente tre richieste di fondo: libertà per i prigionieri politici, processi imparziali e nuove elezioni senza brogli: «Ci ha sorpreso, soprattutto all’inizio, che nessuno degli intervistati fosse pronto a rinunciare al ripristino della giustizia» e nemmeno ad accontentarsi delle riforme costituzionali ventilate da Lukašenko su pressione del Cremlino. Troppo evidente è stata la volontà del regime di barare e soprattutto la violenza della sua risposta: i pestaggi gratuiti da parte dei cosiddetti tichari – agenti del KGB in abiti civili, – gli arresti ingiustificati e la conseguente disillusione nei confronti della giustizia, hanno rafforzato in molti la volontà di andare fino in fondo.
Con il passare del tempo e l’escalation della situazione, è cambiata anche la percezione della durata delle proteste: «Se ad agosto c’era più ottimismo: “Forse tutto durerà un mese, massimo tre”, poi si è passati a “forse sei mesi”, “forse un anno”». Secondo la sociologa tuttavia non si tratta tanto di delusione o frustrazione, quanto piuttosto della conclusione logica che occorrerà più tempo per cambiare la situazione: «La disponibilità a continuare a lungo con lo stesso spirito è piuttosto elevata. Quando chiediamo: “Per quanto tempo siete pronti a partecipare ad attività di protesta?”, ci sentiamo rispondere: “Fino alla vittoria”, “Sino alla fine”, “Fino a nuove elezioni imparziali”». Al contrario ciò che molti temono è il carcere, la violenza o l’espatrio. «Vediamo crescere la determinazione e scendere la soglia della paura, anche se diventa sempre più pericoloso partecipare ai gesti».

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