In un precedente articolo avevamo tratteggiato il tema dell’intelligenza artificiale come strumento utile anche alla vita della Chiesa. Ora presentiamo la cosiddetta “tecnologia del lutto” (grief technology), quell’insieme di strumenti digitali che pretendono di ridefinire uno degli aspetti più profondi dell’esistenza umana, ossia il modo in cui affrontiamo la perdita di una persona cara, e lo fanno offrendo riproduzioni online di chi non c’è più. Si tratta di un argomento con implicazioni di fede, etica e giurisprudenza piuttosto problematiche.
Nel novembre scorso, l’azienda 2Way ha lanciato strumenti in grado di creare repliche digitali di persone decedute che parlano, interagiscono e simulano la loro presenza: bastano pochi minuti e da video, immagini e audio caricati viene generato un avatar, la rappresentazione digitale di un defunto perfettamente simile nelle fattezze e nella voce, in grado di conversare e rispondere a qualsiasi domanda dei familiari, creando così l’illusione di una continuità che la morte aveva interrotto.
L’iniziativa di 2Way non è isolata, abbiamo HereAfter che permette a chi si iscrive di raccontare la storia della propria vita attraverso interviste, da usare dopo il trapasso; a sua volta StoryFile cattura video e audio, permettendo esperienze video conversazionali, ma sono soprattutto aziende cinesi ad aver costruito un mercato fiorente in rapida espansione: Super Brain ha permesso a migliaia di cinesi di “resuscitare” digitalmente i defunti, usando appena 30 secondi di materiale audiovisivo; Silicon Intelligence offre servizi che vanno da centinaia a migliaia di dollari a seconda della scelta del prodotto; Fu Shou Yuan è invece un’azienda che gestisce cimiteri, e in uno di essi ha apposto dei QR code sulle lapidi in modo che scansionandoli si possa accedere a registrazioni multimediali relative al defunto. SenseTime nel marzo 2024 ha creato un avatar del fondatore defunto Tang Xiao’ou (scomparso nel dicembre 2023) e lo ha fatto “parlare” all’assemblea generale annuale della compagnia…
Di fronte a questo scenario, la Chiesa non può rimanere indifferente, forte della dottrina che offre una prospettiva critica di riflessione sulla morte, il lutto e la dignità della persona. Abbiamo a che fare con un business che solleva questioni etiche fondamentali, prima fra tutte la mercificazione della morte.
Si potrà obiettare: anche quello dei funerali è un business. Sì, ma anche nei casi “peggiori”, il funerale accompagna un evento reale (la morte) verso una conclusione reale (la sepoltura), e rispetta la dignità del defunto (cfr. Catechismo, nn. 2300-2301). Nel caso della grief tech, invece, si crea una finzione che pretende di sostituire la persona, nega la morte e crea l’illusione di una presenza continuata “in abbonamento premium”. La morte – l’evento più definitivo e misterioso dell’esistenza umana – viene ridotta a problema tecnico da risolvere con un’app e carta di credito.
Ovviamente quello economico è solo l’aspetto superficiale, perché la critica più profonda riguarda la natura stessa di questi avatar: la Chiesa insegna che “ogni anima spirituale è creata direttamente da Dio – non è ‘prodotta’ dai genitori – ed è immortale” (CCC 366), mentre un algoritmo, per quanto sofisticato, non può replicare l’anima; un avatar è una simulazione priva di dimensione spirituale, di libertà autentica e di quella scintilla divina che costituisce la persona. Presentarlo come “continuazione” della persona scomparsa è ontologicamente falso, una menzogna esistenziale che contraddice il comandamento evangelico della verità (CCC 2464-2487). La fede cristiana proclama la risurrezione della carne, non la persistenza digitale. La Chiesa ha sviluppato una profonda sapienza nell’accompagnamento del lutto. Il Catechismo (nn. 1687-1690) descrive i riti funebri come momenti che hanno senso proprio perché accompagnano l’accettazione della separazione. Invece di aiutare a elaborare il dolore, la grief tech lo congela in una forma di dipendenza tecnologica.
Uno degli aspetti più belli della nostra fede è la dottrina della comunione dei santi: il Catechismo (nn. 954-959) insegna che la comunione con i defunti avviene attraverso la preghiera, non l’interazione tecnologica. La tradizione del suffragio per i defunti, radicata nella Scrittura (cfr. 2Mac 12,46) e la dottrina del Purgatorio costituiscono il modo autentico in cui i vivi mantengono una relazione spirituale con chi è passato all’altra vita. Gli avatar creano invece un surrogato che sostituisce questa comunione autentica con un’interazione artificiale, svuotando di significato la preghiera e la dimensione trascendente del nostro legame con i defunti.
Poi c’è l’aspetto giuridico: questi sistemi manipolano un patrimonio affettivo anche senza un consenso esplicito. L’algoritmo impara, astrae e ricostruisce secondo logiche proprie, manipolando e alterando potenzialmente l’autenticità della relazione vissuta e della memoria della persona. Alcuni servizi come HereAfter e StoryFile si distinguono perché richiedono registrazioni effettuate mentre la persona è ancora in vita, con consenso informato: questo mitiga parzialmente alcune criticità, specialmente quella del rispetto dell’integrità della persona, e riduce il problema della manipolazione post-mortem non autorizzata. Tuttavia, anche con il consenso, permangono i problemi legati all’elaborazione del lutto per chi sopravvive, alla confusione tra memoria e presenza, e alla commercializzazione del dolore.
Dunque, la grief tech è tutta da buttare? La tradizione biblica valorizza la memoria dei giusti, invitando a elogiare “gli uomini illustri” (cfr. Sir 44,1-15). Un avatar potrebbe, in teoria, trasmettere testimonianze di fede, storie familiari, insegnamenti morali alle generazioni future che non hanno conosciuto la persona, similmente a quanto si fa conservando diari o lettere. Ancora, in una fase iniziale e molto acuta del lutto, un avatar potrebbe teoricamente offrire un aiuto temporaneo, analogamente alle foto e ai video che possono dare conforto, a patto che non diventi sostituto permanente dell’elaborazione naturale. Durante la pandemia vi sono state situazioni in cui non c’è nemmeno stata la possibilità di un congedo, perciò anche in questi casi estremi un avatar potrebbe offrire un sostegno psicologico, se usato con saggezza pastorale e come supporto temporaneo, non come sostituzione duratura.
Avatar di santi o figure storiche cristiane potrebbero avere valore pedagogico, immaginare una conversazione con sant’Agostino o con san Francesco (2Way offre conversazioni con Shakespeare che “spiega” le sue opere agli studenti) potrebbe essere uno strumento didattico legittimo, purché sia sempre chiaro che si tratta di una simulazione educativa, non di comunicazione reale con il personaggio. Lo stesso discorso vale per le testimonianze orali di anziani o testimoni della fede. Come insegna il Qoelet (3,1-2) “c’è un tempo per nascere e un tempo per morire”. Riconoscere e rispettare questi confini non è limitazione, ma saggezza. Gli avatar dei defunti promettono di superare questi confini, ma in realtà li violano, creando non vita ma simulacro, non consolazione ma dipendenza che impedisce il necessario distacco e la riconciliazione con la perdita, non memoria ma contraffazione.
Nella catechesi del dicembre scorso, papa Leone ha affermato: “Il mistero della morte ha sempre suscitato nell’essere umano profondi interrogativi. (…) Oggi (…) la morte appare una specie di tabù, un evento da tenere lontano; qualcosa di cui parlare sottovoce, per evitare di turbare la nostra sensibilità e tranquillità. (…) Molte visioni antropologiche attuali promettono immortalità immanenti, teorizzano il prolungamento della vita terrena mediante la tecnologia. È lo scenario del transumano, che si fa strada nell’orizzonte delle sfide del nostro tempo. La morte potrebbe essere davvero sconfitta con la scienza? Ma poi, la stessa scienza potrebbe garantirci che una vita senza morire sia anche una vita felice? L’evento della Risurrezione di Cristo ci rivela che la morte non si oppone alla vita, ma ne è parte costitutiva come passaggio alla vita eterna”.